La malattia di Baumol, oramai cinquant’anni ma non li dimostra

Sono trascorsi cinquant’anni dal celebre saggio Performing Arts. The Economic Dilemma di William Jack Baumol (oggi 95 anni e più volte in corsa per il Nobel dell’economia)  e William Bowen nel quale la teoria nota con il nome di “legge della crescita sbilanciata”, è considerata un punto fermo per l’analisi gestionali ed economica del mondo dello spettacolo dal vivo.

Quando nel 1965 la Fondazione Ford si accorse dell’eccessivo aumento dei costi sostenuti dai teatri di Broadway commissionò la diagnosi ai due economisti.

Analisi secca: lo spettacolo dal vivo – musica, danza, teatro – (il cinema non rientra) è affetto dalla malattia della crescita “stagnante”, che da allora prese il nome più comune di “morbo o malattia di Baumol”.

La ricerca durò tre anni e, a conclusione, da essa, assieme a una serie di altre interessanti rilevazioni, scaturì quel modello di analisi oggi ancora attuale.

Le attività economiche vengono suddivise in due macro- settori: le attività tecnologicamente progressive, in cui le innovazioni, l’accumulazione del capitale e le economie di larga scala contribuiscono tutte ad una crescita cumulativa e le attività che, per loro natura, consentono solo sporadici aumenti della produttività.

Con il tempo Baumol ha affinato il suo studio ed ha spiegato l’ andamento crescente e la natura dei costi in altri settori (sanità, scuola, manutenzione delle città) allargandone l’orizzonte nel vasto magma del welfare.

Le prestazioni artistiche dal vivo sono quindi inadatte all’applicazione di rilevanti mutamenti tecnici che aumentino la produttività.

Un quartetto di Mozart, con un tempo di esecuzione di mezz’ ora, che nel XVIII secolo richiedeva due ore-persona di esecuzione. Oggi richiede esattamente la stessa quantità di tempo.

Nel frattempo in quasi tutte le attività economiche la produttività è cresciuta in maniera esponenziale, accumulando un enorme differenziale. Un esempio sullo spettacolo Ma, poiché i salari del settore artistico sono correlati a quelli del resto dell’economia, ne consegue che il costo per spettacolo nel settore artistico deve crescere continuamente ad un tasso più alto di quello rilevabile in tutti gli altri settori.

Le provvidenze per lo spettacolo dal vivo dovrebbero crescere ogni anno ad un tasso eccedente il tasso d’ inflazione, se non si vuole che le attività artistiche, messe fuori mercato, scompaiano.

In una datata intervista a Repubblica del 1992 Baumol dice “Il mio esempio favorito  è che un’ ora di lavoro oggi produce cento volte più orologi che all’ epoca di Mozart, ma un’ ora di arpeggio produce cento volte più orologi che all’ epoca di Mozart, ma un’ ora di arpeggio produce altrettanto Mozart di quando lui era vivo: ciò significa che un concerto di Mozart costa cento volte più orologi che a quall’ epoca”.

Da Mozart, Baumol è arrivato alla crisi sanitaria e scolastica, al degrado urbano, alla assistenza agli anziani.

Certo qualcosa è cambiato (la teclnologia, la rete, etc) ad esempio, sempre citando Baumol “quando Mozart andò a suonarlo a Francoforte sul Meno gli ci vollero da Vienna sei faticosissimi giorni di viaggio, oggi basta un’ora di aereo. Quindi il progresso tecnico ha effettivamente ridotto le ore di lavoro necessarie per fornire il prodotto in questione”.

Qualche esponente del liberalismo ha scritto che l’analisi di Baumol si limita a descrivere i limiti dell’attività di produzione culturale e la sua necessità di ottenere un finanziamento esterno ma, sebbene risulti molto utile a descrivere uno sfondo tecnologico, economico e finanziario sul quale basare le teorie di supporto all’intervento dello Stato, non fornisce una vera e propria giustificazione teorica al sostegno pubblico della cultura.

Certo si possono ridurre le produzioni e aumentare il numero di spettacoli, restringere gli organici (cosa che sta succedendo purtroppo in molte fondazioni liriche italiane con la cancellazione dei corpi di ballo).  

La favola di un modello americano di sostegno pubblico allo spettacolo dal vivo rimane favola (di incentivi fiscali seri non se ne vede l’ombra). L’Art bonus ad esempio è limitato a poche tipologie di beneficiari.

Lo spettacolo dal vivo non può comunque reggersi sulle proprie gambe. Certo occorre una nuova managerialità e nuovi strumenti legislativi (attendiamo tutti con speranza il testo del codice dello spettacolo).

Facile sparare sul settore. Le forme dirette ed indirette di sostegno pubblico ad altri settori sono più corpose in molte situazioni a quelli sullo spettacolo (industria automobilistica tra i tanti) La stessa carta stampata è finanziata. Quanti quotidiani e non solo quelli di partito, senza alcuni finanziamento pubblico oggi troveremmo in edicola.

Oliver Falck (Ifo), Michael Fritsch (Università di Jena) e Stephan Heblich (Max Planck Institute of Economics), autori dello studio, pubblicato dall’ Ifo (Institute for Economic Research) di Monaco, con il suggestivo titolo “The Phantom of the Opera: Cultural Amenities, Human Capital, and Regional Economic Growth” (Il Fantasma dell’ Opera: intrattenimento culturale, capitale umano, e crescita economica regionale) ci hanno spiegato che I teatri lirici non si limitano ad arricchire la vita culturale di una città, ma hanno anche ricadute positive sul Pil che proseguono nel tempo. A distanza di secoli. I suntuosi teatri barocchi costruiti in Germania tra il 1600 e i primissimi anni del 1800, dunque in un periodo precedente alla Rivoluzione Industriale, hanno fatto la fortuna economica delle zone nelle quali si trovano, che ancora oggi hanno un Pil pro capite fino al 2,1% più alto rispetto alle zone analoghe prive di teatri lirici.

Si dovrebbe forse incidere più sui ricavi con serie politiche e pratiche artistiche per favorire ampliamento di pubblico, specie giovanile. Le code al botteghino della Fondazione Petruzzelli di Bari, per la corrente programmazione, ne sono l’esempio più confortante.

E non basta riempire le stagioni, soprattutto musicali, di contenuti commerciali. Ne stanno abusando troppi festivals ultimamente.  Certo il pubblico, in questi casi, cresce numericamente ma con il rischio, di degenerare in operazioni di mera movimentazione turistica.

Fuori discussione che l’intervento pubblico è un dovere da parte enti pubblici , resta il problema della qualità dell’intervento e soprattutto del controllo, del monitoraggio e soprattutto della trasparenza.

Fa sorridere il fatto che ad esempio anche le piccole società dei concerti, beneficiarie di minimi contributi statali e regionali debbano pubblicare on line tutta una serie di dati in obbligo della trasparenza. Nonostante abbia girato e rigirato il sito web del festival più finanziato della nostra regione non ne trovo traccia, solo l’organigramma senza curriculum e aldilà di una marea di loghi di sostenitori pubblici e commerciali.